Come creare una relazione di fiducia con il tuo bambino

Come creare una relazione di fiducia con il tuo bambino

La scorsa settimana ti ho parlato di un errore che fanno quasi tutti i genitori che conosco, e con cui lavoro.

Puoi recuperare l’articolo della scorsa settimana qui, e scoprire come le tue aspettative su ciò che tuo figlio farà (o NON farà!) impattano nella vostra relazione, e nel risultato finale.

Oggi ho bisogno di andare un pochino più a fondo, sarà un articolo denso di contenuti, e ti chiedo di armarti di uno snack e partire con la lettura. Ne varrà la pena. Perché se tuo figlio saprà che sei dalla sua parte, darà valore alla tua opinione, saprà che lo starai realmente considerando e mentre crescerà potrà valorizzare i tuoi consigli, ora e quando crescerà.

Io ho un ricordo molto preciso da cui vorrei partire. Ricordo quando, già adulta, ho offerto a mia madre di fermare l’auto che stavo guidando, così che potesse scattare una foto ad un dettaglio che aveva apprezzato. E aveva risposto con un “Ma no, figurati se lo fai. Tanto so che non ti fermi.”

Anche tu hai ricordi simili? Secondo te, qual è la risposta adeguata con un atteggiamento simile del genitore?

Qualsiasi reazione può apparire sbagliata, prendiamole in considerazione entrambe.

  1. Fermarsi, perché era ciò che avevo proposto. Può essere interpretato come una scelta fatta a disconferma dell’aspettativa del genitore. “Lo fa solo perché io ho detto il contrario!”
  2. Non fermarsi, per reazione emotiva di rabbia e sconforto. Può essere interpretato come una scelta a conferma dell’aspettativa del genitore. “Ecco, vedi. Avevo ragione”

Un adulto, ha una terza possibilità: rispondere che si sente ferito, da un’affermazione così svilente.

Ma un bambino?

Foto di bambino che si tiene il viso con due mani, scritta: che opzioni ho?

Il vero problema dei ricordi di bambini, è che i bambini poi si convincono che il genitore ha ragione, in proposito a come li osserva.

Cosa succede se non parti dal presupposto che tuo figlio sia collaborativo?

Con ogni probabilità, ti puoi ritrovare a tessere una relazione oppositiva. E con grande probabilità, ti troverai a utilizzare le punizioni, o il time out, o “logiche conseguenze” o in qualsiasi sia il termine che viene ritenuto corretto affinché una punizione non venga ritenuta tale, un modo un po’ per salvaguardarci, così come i premi, che sono l’altra faccia della punizione, ma non è questo il momento per affrontare questo tema.

Ciascuno di questi metodi, approcci, strumenti e strategie disconnette i bambini, o per meglio dire, le persone, dalla loro motivazione interiore.

Immagina che ti paghino profumatamente per fare la cosa che più odi al mondo. Per qualcuno può trattarsi di cucinare, o di stirare, o di fare calcoli, o di parlare inglese. Qualsiasi cosa. Quanto a lungo quel lauto pagamento potrà mantenere alta la tua motivazione all’impegno, se la tua motivazione interiore è molto bassa?

Quanto a lungo il tuo rendimento sarebbe commisurato allo stipendio?

 

Si tratta di passare dall’essere motivati dall’interno, una motivazione intrinseca in accordo ai propri valori e ai propri obiettivi, all’essere motivati ad agire con una motivazione estrinseca, esterna ai propri valori e ai propri obiettivi.

E se utilizziamo la motivazione esterna come strumento per crescere i nostri figli, li portiamo a mentire, a noi e a loro stessi, poiché crederanno che c’è qualcosa di sbagliato in loro, nelle loro motivazioni, nei loro obiettivi, e penseranno che non è legittimo mostrarli.

Che non è legittimo mostrare loro stessi per come sono, se non sono come vogliamo noi.

 

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E se non ci mentono, e dunque fanno ciò che chiediamo, o imponiamo, lo faranno per paura. Per paura di deluderci, per paura della nostra reazione.

E da adolescenti potranno poi esasperare comportamenti di ribellione, o l’introversione. Questo porta poi a gestire la vita come DOBBIAMO, e secondo dettami che non ci appartengono. E poiché poi non ci sentiamo realmente a nostro agio con la vita che viviamo, ci potremmo trovare a sfogarci sul cibo o su altro.

 

Come cambierebbe la tua vita, se partissi invece da questo presupposto: che tuo figlio desidera profondamente collaborare con te?

Foto: famiglia che si abbraccia felice e scritta: Tuo figlio collabora sempre

Se sei intimamente radicato in questa convinzione, quando tuo figlio assume un atteggiamento conflittuale, chiamiamolo dunque convenzionalmente un atteggiamento non collaborativo, puoi realizzare quasi istantaneamente che c’è qualcosa verso cui non stai prestando attenzione e a cui è necessario rivolgerti.

 

Cosa intendo?

Sospendere il giudizio sul sintomo: ovvero sul comportamento stesso che in quel momento ci appare esagerato, fuori luogo; e rivolgerti al bisogno che sottende quel sintomo, quel comportamento da noi non desiderato ma per il bambino così necessario.

C’è un bisogno, nel nostro bambino, che non è soddisfatto ora: il bambino può essere stanco, affamato, aver bisogno di connessione con noi, sentirci più vicini, dalla sua parte.

Ciò che accade quando cominci a chiederti davvero di cosa ha bisogno tuo figlio nei momenti in cui non lo comprendi, è che cominci a conoscere realmente tuo figlio invece di farlo diventare, o tentare di farlo diventare, chi tu vuoi che sia.

Puoi cominciare a chiederti:

le mie aspettative verso mio figlio sono realistiche, in questa situazione?

Ad esempio, è irrealistico aspettarsi che un bambino di due anni rimanga a tavola fermo e composto durante tutto il pasto. Sta scoprendo il proprio corpo!

A volte è possibile che la loro manifestazione, esagerata ai nostri occhi, dipenda dal fatto che il bambino è rimasto in casa troppo a lungo, e ha bisogno di movimento. Altre volte è possibile che siate rimasti lontani per un tempo per lui troppo lungo, e ha necessità di connessione, o di recuperare con te un momento in cui si è sentito stressato, o a disagio, e non ha saputo come rispondere a questa emozione.

 

Ora voglio parlarti di come si perde la propria integrità.

 

Hai mai mangiato tutto quello che avevi nel piatto anche se il tuo stomaco era pieno?

Forse oggi credi di farlo per non sprecare il cibo.
Ma da bambino, sei mai stato forzato, o ti hanno mai fatto sentire in colpa per la quantità di cibo che mangiavi, o non mangiavi?

Ecco, questo è perdere la propria integrità. Reprimere la propria sensazione di sazietà, per non perdere l’approvazione, o l’amore, di mamma o papà.

Quando il bambino smette di collaborare, è perché ha collaborato troppo e per troppo tempo, oppure perché la sua integrità è stata ferita. Non si tratta mai di mancanza di collaborazione.

Esistono due tipi di collaborazione:

  1. La collaborazione diretta. Il bambino collabora facendo con la figura di riferimento ciò che lei stessa fa. Se sei abituato a ingoiarti in silenzio la frustrazione di stare nel traffico, tuo figlio, collaborando in modo diretto, farà lo stesso.
  2. La collaborazione inversa. Il bambino collabora con la figura di riferimento facendo esattamente l’opposto di quello che la figura di riferimento fa. Nell’esempio del traffico, tuo figlio ti sembrerà un piccolo demonio in auto.
    Per spiegarti questa forma di collaborazione, ho bisogno di qualche riga in più.

Ti porto l’esempio di una famiglia con due fratelli adolescenti, ci chiarirà come funzionano i diversi tipi di collaborazione.

Il padre ha opinioni proprie, ma finisce sempre per conformarsi all’opinione della propria madre, di solito diversa dalla sua. Dunque se ad esempio il padre dei ragazzi si dichiarasse sfavorevole e addirittura contrario ad una pratica medica, e sua madre – nonna dei ragazzi – lo ritenesse invece opportuno, ci si può aspettare che poi l’uomo agisca incoerentemente rispetto al proprio pensiero. Farà dunque ciò che è in accordo con la visione della propria madre, senza aver, nel frattempo, maturato un pensiero affine. Agirà totalmente in omologazione per ricevere approvazione, anche dalla sua voce interiore: che le dà il permesso di approvarsi in ultima battuta SOLO SE IN ACCORDO CON IL PENSIERO MATERNO.
Per quanto riguarda i suoi figli adolescenti, vi farò breve la situazione:
Uno va male a scuola, fa uso di droghe, ha un atteggiamento definito oppositivo, vive all’estremo opposto di una vita omologata al volere altrui.
L’altro è considerato salvo, dai familiari: tutti dicono che almeno ha la scuola, si concentra su quella, che è “bravissimo”.

Il figlio che collabora in modo diretto e viene definito “bravissimo”, tiene per sé i propri sentimenti, e concentra tutto il suo agire nello studio, in modo da mantenere un efficienza alta che spenga il sentire.

Foto: donna con espressione confusa, scritta: bravissimo a far che?

Qual è il ruolo del fratello ritenuto problematico?

È il componente della famiglia che si fa carico di mostrare apertamente dolore, disagio, frustrazione. Cerca di dare voce a ciò che il padre evita di sentire, al suo profondo bisogno di libertà e scelta autonoma, ed auto approvazione benevola delle proprie scelte.

Tutti e tre i componenti di questo gruppo collaborano a proprio modo, ma a cosa collaborano? Al mantenimento di un equilibrio in cui un solo componente si fa carico di esternare il dolore, che quindi non è più solo il proprio, ma quello taciuto anche degli altri.

E gli altri mantengono intatte le tradizioni familiari di come si riceve approvazione, e dunque, affetto.

Con questo sguardo ampliato, chi è l’elemento problematico e chi la chiave per la soluzione?

No, no, non è mio obiettivo mettere al patibolo nessuno di loro.

Quel che voglio, è mostrarti è la sofferenza, e quando i più giovani perdono il punto di riferimento adulto a cui rivolgersi per orientarsi, accedono alle loro competenze di istinto e impulsività, e come adulti possiamo dunque osservare in che cosa possiamo modificare il nostro comportamento, per riconnetterci con i nostri profondi bisogni e con quelli dei nostri bambini.

Pensi che l’esempio non ti appartenga perché è estremo? Certo! Ed è un esempio perfetto di dove non vuoi arrivare, perché lasciando da parte i comportamenti distruttivi dell’esempio, sono convinta che non vuoi che tuo figlio si faccia carico di mostrare sentimenti che tu non ti concedi di esprimere, e nemmeno che trattenga le sue emozioni perché sente di non poterle espiremere! E il momento di cominciare a cambiare rotta è adesso!

Per comprendere meglio cosa accade nella tua famiglia, ti propongo un esercizio.

Okay, ora assumi una posizione comoda sulla sedia, fai qualche respiro profondo, senti l’aria che entra nelle narici, e l’aria che esce dalla bocca. Chiudi gli occhi, e ascolti il corpo sentendo il contatto con i piedi a terra. Sai che quando vorrai e se ne sentirai il bisogno potrai aprire gli occhi. Intanto ti chiedo di ascoltare il tuo corpo e ricordare di quando ti trovi in una situazione in cui non ti senti a tuo agio con i tuoi bambini.

Quale forma di collaborazione mette in atto tuo figlio? E tu, quale forma di collaborazione senti di mettere in atto?

Fai ancora qualche respiro, ti ricordi che sei al sicuro. Quando sei pronto torni qui e mi dai la tua risposta, la scrivi nei commenti qui sotto.

Per accompagnarti nel trasformare le situazioni che portano ansia e sofferenza nella tua quotidianità con tuo figlio, ho scritto un eBook: “Come smettere di ripetere sempre gli stessi errori con tuo figlio”.
Ti sarà utile a seminare il tuo giardino per una genitorialità serena, felice e soddisfacente, nel rispetto dei tuoi bisogni e di quelli di tuo figlio.

Puoi scaricarlo qui!

Più siamo connessi a noi stessi, ai nostri bambini, e alla nostra guida interiore, più consentiamo ai nostri figli di sbocciare e fiorire.

A venerdì prossimo!
Vera Ghirardini

 

Bibliografia

JUUL, JESPER, Il bambino è competente, Feltrinelli Editore, Milano 2001

NEUFELD, GORDON; MATÉ, GABOR, I vostri figli hanno bisogno di voi. Perché i genitori oggi contano più che mai, Edizioni Il Leone Verde, Torino 2009

ROSENBERG, MARSHALL B., Crescere i bambini con la comunicazione non violenta, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2020

ROSENBERG, MARSHALL B., Le parole sono finestre [oppure muri], Introduzione alla comunicazione nonviolenta, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2003

SAINTE MARIE, ELIANE, Clean Parenting, su coachingforwholeness.com

SIEGEL, DANIEL J. e  PAYNE BRYSON, TINA, 12 Strategie rivoluzionarie per favorire lo sviluppo mentale del bambino, Raffaello Cortina Editore, Milano 2012

Vera Ghirardini

Ciao! Sono Vera Ghirardini, consulente genitoriale. Aiuto i genitori che si chiedono dove stanno sbagliando, a vivere con leggerezza e armonia, nel rispetto dei propri bisogni e di quelli dei propri figli
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